martedì 19 aprile 2011

NEL MEZZO DEL CAMMIN DI NOSTRA ITALIA UNITA,

augurandomi che  così possa restare, anche se sulla carta, per almeno altri 150 anni, fosse non per altro di provare ad unirla per davvero, curiosando in Internet tra siti vari, wikipedia e wikiquote, mi imbattei in una citazione di Massimo Taparelli, marchese d'Azeglio, e non quella più famosa secondo la quale egli disse: “Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani ”, ma la seguente:
A Napoli, noi abbiamo altresì cacciato il sovrano per stabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono e sembra che ciò non basti, per contenere il Regno, sessanta battaglioni; ed è notorio che, briganti o non briganti, niuno vuol saperne. Ma si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla di suffragio, ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore e bisogna cangiare atti e principi. Bisogna sapere dai Napoletani un'altra volta per tutto se ci vogliono, sì o no. Capisco che gli italiani hanno il diritto di fare la guerra a coloro che volessero mantenere i tedeschi in Italia, ma agli italiani che, restando italiani, non volessero unirsi a noi, credo che non abbiamo il diritto di dare archibugiate, salvo si concedesse ora, per tagliare corto, che noi adottiamo il principio nel cui nome Bomba (Re Ferdinando II) bombardava Palermo, Messina ecc. Credo bene che in generale non si pensa in questo modo, ma siccome io non intendo rinunciare al diritto di ragionare, dico ciò che penso.”
Non era mica un rivoluzionario, questo uomo che fu  primo ministro del Regno di Sardegna dal 1849 al 1852, a cui succederà subito dopo e nello stesso ruolo Cavour, e pure le sue parole fanno intuire che nel processo di unificazione dell’Italia, qualcosa non andò per il verso giusto. Il popolo invasore, che volle iniziare una vera e propria guerra, mai dichiarata, verso l’altro popolo, forse aveva sottovalutato che questo popolo, il nostro popolo, quello che ahimè d’allora fu definito meridionale,  non condivideva ne le volontà ne le esigenze che spinsero i Piemontesi ad annettersi alle terre e alle casse degli altri Regni Italici. Lo stesso D’Azeglio era contrario ad un’unificazione a sola guida piemontese ed auspicava la creazione di una confederazione di stati, cosciente delle grandi differenze tra i vari regni d'Italia e deciso a rispettare i legittimi sovrani, e per questo fu poi duramente attaccato dai Mazziniani e da Cavour che infine lo costrinse a dimettersi. Del resto essendo all’epoca il Regno delle Due Sicilie il più ricco, il più fertile, il più industrializzato, quale vento risorgimentale poteva mai udire tanto da poterlo indurre ad abbracciasi le croci dei sabaudi indebitati fino al collo e malati di pellagra. Si ipotizza che lo stesso Cavour decise, come diremmo oggi, di “scendere in politica”, perché da rilevante  proprietario terriero, non versasse in ottime condizioni economiche, e che una volta dentro, estese importanti relazioni d’amicizia e d’affari con banchieri, il che gli consentì di operare da una posizione privilegiata rispetto agli altri agricoltori e di cogliere importanti opportunità di guadagno. Il consenso politico non gli mancava, e nonostante ciò, per replicare all’elezione di importanti avversari politici il conte sviluppò un’offensiva politica incentrata sull’ordinamento giudiziario che la crisi economica non gli permetteva di concentrare altrove. A sentir ciò, non so di preciso dove fosse situato Cavour di cui Camillo Benso ne era Conte, ma a dire il vero non credo fosse poi molto distante da Arcore. Per paragonare forse quello che successe allora ai giorni nostri, è come se di due società quotate in borsa (tralasciamo gli accordi Chrysler-Fiat) quella più indebitata decida di prendersi quella più forte, è impensabile, ovvero, possono fondersi, ma sicuramente per volontà della più forte, e probabilmente in seguito alla fusione verranno licenziati molti dipendenti, ma della società più debole; invece quello che successe allora fu il contrario, lo stato più debole, in crisi, decise di invadere quello forte e nonostante anni di guerre alla fine riuscì nel suo intento di assoggettarlo, umiliando per sempre e da allora quelle genti che definì tutte, indistintamente, “Briganti”, primitivo aggettivo sostituito dall’odierno “Terroni” solitamente utilizzato per definire noi Italiani del Sud. Come fu possibile tutto questo? Non so. Oggi quando succede qualcosa che non possiamo spiegarci, spesso usiamo dire che ci sono dietro dei poteri occulti, i servizi segreti. Chi sa?! Sta di fatto che anche Falcone e Borsellino condussero studi secondo i quali si stabilì quasi per certo  che prima dell’Unità d’Italia non vi erano organizzazioni criminali così bene organizzate sul nostro territorio come lo sono diventate le attuali mafie, proprio perché, a differenza di queste, non erano, fino ad allora, così ben infiltrate nelle classi dirigenti. Qualche libro di storia, forse anche di scuola media, ci riferisce degli accordi presi da Garibaldi, un volta sbarcato in Sicilia, con gente poco raccomandabile del posto al fine di sovvertire il potere del Re, ma questi intrecci passano sempre come indispensabile strumento utilizzato dal valido condottiero per raggiungere il nobile scopo di liberare il popolo dall’oppressione del tiranno. Ma se così fosse, se stavano così male quelle genti sotto i Borbone, come ci ha “frettolosamente” raccontato Benigni dal palco dell’Ariston di San Remo, perché questa guerra durò così tanto? Non mi sembra che l’unanime rivolta voluta e condivisa interamente dall’oppresso popolo Tunisino nei confronti del regime di Ben Ali sia poi durata così tanto? E soprattutto perché i libri di scuola ci restituiscono solo  Mazzini, Garibaldi, Mameli, come eroi unici ed unitari del nostro risorgimento, e non ci raccontano mai gli scempi che inequivocabilmente, una guerra  d’invasione comporta? Ogni guerra è dura, anche quella tra nordisti e sudisti in America è stata dura, ma alla fine gli americani hanno potuto riconoscere tutti i propri eroi, tanto i nordisti quanto i sudisti. Perché a scuola, e soprattutto dalle nostre parti, non ci parlano mai dei martiri che si sono opposti con la resistenza ai soprusi perpetrati dagli invasori alle loro terre e alle loro donne? Eppure guardate che potrebbe tranquillamente trattarsi dei nonni dei nostri nonni!! Perché, se si sentiva così condivisa da nord a sud quell’idea risorgimentale di vedere l’Italia una e unita, da immediatamente dopo in poi si sentì altrettanto forte il bisogno di differenziare, in ogni campo, e in ogni modo, l’Italia del nord da quella del sud,  gli Italiani del nord dai Meridionali?   Se oggi è giustificato provare vergogna quando un premier e un parlamentare definiscono“eroe” un mafioso come Mangano, perché poi, sapendo che Garibaldi era un “professionista” delle rivoluzioni e che i tra i mille che arruolò vi furono anche avanzi di galera incrini a soprusi ed azioni criminali operate spesso a danno di donne e bambini, bisogna considerarlo per forza un eroe? o una sorte di messia? anziché definirlo un valoroso condottiero, forse abile strumento in mano a chi aveva pensato bene, sfruttando l’idea risorgimentale, di unire l’Italia anche per i propri interessi, cioè una forma antica del nostro moderno “predellino”. Lo stesso Garibaldi, forse pentitosi, nel 1868 scrisse in una lettera ad Adelaide Cairoli: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.»
Difficilmente i libri di scuola risponderanno mai a queste domande, perché forse non conviene a nessuno sapere una verità che possa oggi, a distanza di anni,  risultare scomoda. Forse per chi crede, come lo credevo io quando andavo a scuola, che per parlare di risorgimento potesse essere sufficiente imparare a memoria quelle poche paginette, così  tanto per compiacere l’insegnante, quello che è scritto nel libro di testo può anche bastare. Ma se invece si vuole approfondire quello che per molto tempo è stato nascosto, ci sono molti libri da poter consultare, e tra questi vorrei consigliare, (chiedendo scusa se mi impadronisco dello  spazio culturale che sul nostro giornalino viene curato dall’ottimo  Giuseppe Polito) “TERRONI” di Pino Aprile, in cui l’autore pugliese descrive i risultati  dei suoi anni di laboriose ricerche, citando tutte le sue fonti storiche ed i documenti ufficiali.  Credo sia fondamentale riscoprire le proprie origini, le proprie dignità, i propri dialetti, le diversità proprie della Nostra Terra, anche quelle geografiche, che proprio per questo la rendono unica al mondo e portarle finalmente in dote, e non sottrarle, all’Unità d’Italia, e affinché questa possa esserlo davvero e per tutti, bisogna doverosamente riconoscere gli errori,  le superficialità, i pregiudizi e le omissioni di questi primi 150 anni di storia. Oggi, a 150 anni di distanza da quella che fu la data storica che vide l’Italia unita, credo che l’Unità d’Italia sia ancora una missione incompiuta, proprio perché, secondo me, fatta l’Italia non si sono ancora mai fatti gli Italiani, e forse non basteranno altri 150 anni per farli, finché ci proporremo sempre divisi in opposte fazioni su ogni tema, anche sui problemi che ci accomunano tutti, da Nord a Sud, e che rischiano di farci diventare, tra non molto, noi tutti i Meridionali D’Europa. Per questo, per trovare insieme la forza di reagire, sono convinto che l’Italia, oramai, deve essere e rimanere unita, non può non essere neanche solo immaginata  non tale, ma credo che sia difficile raggiungere mai questa Unità di Popolo, perché i segnali che riceviamo quotidianamente dalla politica vanno altresì nella direzione opposta di una secessione, forse già in atto, esigentemente  richiesta da fanatici, tanto del nord quanto del sud, sottovalutata tanto da destra quanto da sinistra, con il paese che  sembra sempre più spaccato, tant’è che per la ricorrenza di questo cento cinquantenario spesso alla parola festeggiamento si sostituisce la parola celebrazione, più opportunamente usata per ricordare la grande opera di un ormai defunto. Mi piacerebbe, invece, che sul culmine dei festeggiamenti, il nostro Presidente della  Repubblica, magari sentendo ancora nelle orecchie le splendide parole di Mazzini sul senso della Patria e rispolverando un po’ di quel dialetto napoletano, che secondo me si  ricorda ancora bene, dica:
“ E mò basta!! Mettimc all’opera”.
Scusandomi se vi sono sembrato noioso, cito per l’ultima volta Massimo D’Azeglio, per dire:
Credo bene che in generale non si pensa in questo modo, ma siccome io non intendo rinunciare al diritto di ragionare, dico ciò che penso.

Vincenzo Minichino

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