martedì 19 aprile 2011

NASCITA DI UNA NAZIONE

Dopo la caduta di Napoleone I, il famoso Congresso di Vienna nel 1815, volle ristabilire lo status quo con questa suddivisione:
·        Regno di Sardegna: Savoia, Nizza, Piemonte, Sardegna ed inglobando il territorio della Repubblica di Genova, confermato ai Savoia nella persona di Re Vittorio Emanuele I;
·        Regno Lombardo - Veneto: comprendente la Lombardia, con Mantova, il Veneto con Venezia, sotto l’amministrazione diretta dell’Impero d’Austria;
·        Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla: concesso in appannaggio a Maria Luisa d’Absburgo-Lorena, già moglie di Napoleone I e figlia dell’Imperatore d’Austria, col patto che alla sua morte lo Stato sarebbe ritornato ai legittimi sovrani, i Borbone;
·        Ducato di Modena, Reggio e Mirandola: lo Stato fu ereditato dal duca Francesco IV d’Absburgo-Lorena-Este, figlio dell’ultima discendente estense e da parte di padre, primo cugino dell’Imperatore Francesco I d’Austria, si era sposato con Maria Beatrice di Savoia, figlia del Re di Sardigna;
·        Ducato di Massa e Principato di Carrara: furono assegnati in vitalizio a Maria Beatrice d’Este, madre del duca di Modena, con la clausola che alla sua morte lo Stato sarebbe stato annesso al Ducato di Modena;
·        Ducato di Lucca: venne concesso alla famiglia dei Borbone di Parma, nella persona della duchessa Maria Luisa e del figlio Carlo Ludovico, in attesa di ritornare in possesso del Ducato di Parma e Piacenza alla morte di Maria Luisa d’Austria, poi annesso al Granducato di Toscana;
·        Granducato di Toscana: ritornò a Firenze la “tertur-genitur” austriaca degli Asburgo, nella persona del granduca Ferdinando III di Lorena, fratello cadetto dell’Imperatore d’Austria Francesco II;
·        Stato Pontificio: comprendente Lazio, Umbria, Marche e le Romagne, con città principali: Roma, Ancona, Bologna, Ferrara, sotto la sovranità del Romano Pontefice pro – tempore;
·        Regno di Napoli e Sicilia (dal 1816 Regno delle Due Sicilie): con il confine a Nord del garigliano, comprendeva tutto il Mezzogiorno italiano, ivi compresa la Sicilia, ritornò a re Ferdinando IV di Borbone, poi Ferdinando I delle Due Sicilie.
L’Austria ritornò ad essere la Potenza egemone della Penisola, sia direttamente, controllando il Lombardo-Veneto, sia indirettamente con rami minori della sua famiglia imperiale a Modena e Firenze, ma anche i sovrani degli altri Stati italici erano comunque, sottoposti ad una sovranità limitata, per i  vincoli matrimoniali con Vienna. Naturalmente questi 7 Stati, contando che Massa e Lucca vennero poi inglobate in altre entità, avevano diverse legislazioni, codici, amministrazioni, moneta, ecc., ed a differenza degli Stati germanici, i quali erano riusciti nel 1815 a formare una “confederazione” tra di loro, i nostri “staterelli” non riuscirono mai prima del’Unificazione a giungere ad una parvenza di confederazione, federazione o quant’altro, dilaniati fra le solite gelosie sovrane e con la Chiesa che non ambirà mai a proporre una vera Unità! Fu l’eredità rivoluzionaria francese, a “seminare”, dunque nei cuori e nelle menti di alcuni strati della società civile italiana, militare prima e borghese poi, quei sentimenti che in mezzo secolo portarono un Paese diviso da secoli sul cammino dell’indipendenza e dell’unificazione. I patrioti sperarono dapprima tra il 1831 ed il 1834 di affidarsi a re Ferdinando II di Borbone, ma il suo paternalismo autoritario mal si conciliava con la sete di libertà, non solo, si rivelò il sovrano borbonico degno erede della sua stirpe, pronta ad assecondare e poi a tradire le speranze della società meridionale, la quale fu la prima tra il 1820 ed il 1821 a chiedere una carta costituzionale; come nel 1848 partirono dalla Sicilia per proseguire a Napoli le istanze per un governo democratico, sempre e comunque soffocate nel sangue dal regime di Ferdinando II. Ecco quindi che le “speranze d’Italia” trovarono nel Piemonte di Carlo Alberto e poi in quello del successore Vittorio Emanuele II, nuova linfa per costruire una Nazione unita dalle Alpi alla Sicilia. Fu un processo con dei limiti, certo, ma non possiamo negarvi la partecipazione non solo di una minoranza colta e borghese, ma anche del popolo, dei giovani, delle donne. Tutti si sacrificarono da Nord a Sud per la Patria. Fu grazie all’apostolato di Mazzini, al coraggio di Garibaldi, all’intelligenza di Cavour, alla caparbietà di Vittorio Emanuele, se l’Italia arrivò, seppur in ritardo, nel “concerto delle Potenze” europee, con mille problematiche, certo, ma anche con lo spirito del sacrificio dei fratelli Bandiera, di Pisacane, dei martiri di Belfiore, del Cilento, ecc. Continuare a “sparare” sul Risorgimento e sui suoi protagonisti non aiuta certo, alla luce di nuovi documenti, a comprendere che il processo unitario seppur con molte problematiche era ormai necessario e vitale per far sì che “un Paese di morti” (Lamartine), “un’espressione geografica” (Metternich), diventasse al parti degli altri grandi Paesi europei, una sola entità: politica, economica, sociale, culturale. Anche l’espressione “fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani”, erroneamente addebitata a Massimo d’Azeglio, venne coniata nel 1896 dal senatore Ferdinando Martini in altro contesto lessicale, semmai “fatti gli Italiani, bisognava fare l’Italia”… Persistere ad accusare il Risorgimento e l’unificazione dei mali odierni del Mezzogiorno, significa non avere letto bene la storia, quella con “S” maiuscola, né tantomeno gli scritti di studiosi e storici: da Giuseppe Galasso e Sergio Romano, da Lucio Villari al compianto mio maestro Alfonso Scirocco, scomparso da pochi mesi. E’ un quarto di secolo che tento, di illustrare in convegni, conferenze, scritti, la grande stagione risorgimentale, che fu principalmente una vera e propria “rivoluzione” non solo politica ma culturale e sociale, coinvolgendo strati di popolazione fino ad allora emarginata e costretta all’esilio, alla prigionia, al patibolo…Nessuno vuole demonizzare i Borbone, hanno avuto molte qualità che col tempo tuttavia sono andate disperse in un “paternalismo” inadeguato a rispondere alle nuove realtà della società meridionale, le quali nonostante i controlli di Polizia, anelavano a seri cambiamenti costituzionali e riformisti.
I lettori del “Sassolino” devono sapere che la principale impresa economica del Regno delle Due Sicilie pre-unitario era la Chiesa, con un clero che numericamente superava di gran lunga quello di un Paese molto più grande come la cattolicissima Francia! Il patrimonio ecclesiastico ammontava a ca.40 milioni di Lire dell’epoca! Al clero era appaltata anche l’istruzione pubblica, infatti l’analfabetismo nel Sud era dell’86% con punte del 90% in Sicilia, terra mai amata dai Borbone. Tra il 1830 ed il 1859 gli anni di regno di Ferdinando II, la spesa pubblica fu irrisoria. Nel 1858, ultimi dati contabili certi, su un attivo complessivo di 32.800.000 ducati, lo Stato borbonico ne spese per opere pubbliche appena 2.216.000 a fronte di 11.911.000 per il mantenimento delle forze armate e dei reggimenti mercenari di bavaresi e svizzeri a tutela della famiglia reale! Indigenti i quartieri popolari della capitale, Napoli, la quarta metropoli d’Europa, gli ospedali erano così fatiscenti che gli stessi poveri della città si rifiutavano di ricoverarsi! Per le nozze del duca di Calabria Francesco con Maria Sofia di Baviera, il governo decise di tagliare i fondi per la Sanità onde coprire le ingenti spese. Su 1.828 comuni napoletani, ben 1.431 non erano collegati viabilmente tra loro; esistevano in un Reame così esteso solo tre strade postali! Alla vigilia dell’Unità, vi erano solo 125 Km di ferrovie, nonostante il Paese avesse avuto il primato della prima ferrovia italiana, questi pochi chilometri collegavano solo alcuni siti regi e re Ferdinando II aveva vietato alle locomotive di procedere sotto eventuali gallerie per timore di attentati! L’assenza di adeguate opere pubbliche ritardò pesantemente l’adeguamento del Sud al resto dell’Italia. Nel 1864 la linea ferroviaria adriatica collegò Bari a Bologna seguita da altri tratti nel volgere di pochi lustri, onde consentire anche alle regioni del meridione di usufruire di questa importante innovazione sia dal punto di vista economico che sociale. Su 9 milioni di abitanti, gli studenti del Regno erano solo 66mila!, un terzo dei comuni era sprovvisto di scuole primarie. Lo storico Paolo Macry osserva: “E’ clamoroso il gap che divide Napoli tanto dai grandi centri burocratici, dalle altre ex capitali, dalle città dello sviluppo economico, quando da numerosi centri di taglia media e con forti caratteri rurali, come può essere il caso di Bologna”. Per quanto riguarda l’agricoltura, in ingegnere borbonico, Carlo Afan de Rivera scriveva nel 1833: “Dacchè le nostre pianure e specialmente quelle in riva al mare rimasero spopolate ed incolte per effetto delle calamità politiche, cessò affatto l’industria dell’uomo nel regolare il coro delle acque che le attraversavano. Nel tempo stesso i disboscamenti e dissodamenti operati ne’ monti (dalle popolazioni ritiratesi ad abitare là), grandemente contribuirono a disordinare l’economica delle acque stesse che devastarono le sottoposte pianure”. La tanto decantata industria pre-unitaria del Sud, viveva esclusivamente sotto l’ombrello protezionistico delle commesse statali, in un mercato, quello europeo, il quale aveva abbandonato tale politica da decenni.
Come affermò l’economista e futuro Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, in riferimento alla politica fiscale borbonica, “…Troppa essere la predilezione per le imposte sui consumi e sommo il timore di scontentare i ceti medi con le imposte sulle professioni, sui commerci e sulle industrie…Le segretezza dei documenti finanziari; le cause del debito pubblico napoletano (meno consistente di quello piemontese) ma dovuto alle spese di occupazione di soldatesche straniere accorse nel Regno a ristabilire e difendere la dinastia, la inconsistenza delle opere pubbliche intese a crescere la potenza economica del Paese…Non esiste documento storico il quale possa essere a maggior ragione ricordato dai teorici delle finanze a sostegno delle tesi che le imposte gravavano sui popoli solo quando sono estorte da governi oppressori ritornati sulle punte delle baionette straniere, com’era il governo borbonico…”. Un’attenta e critica  analisi del sistema finanziario dei Borbone fu descritto con dovizia di particolari da Giovanni Carano-Donvito, collaboratore di Piero Gobetti, nella quale pose in luce come l’ex governo napoletano “…se poco chiedeva ai suoi sudditi, pochissimo spendeva per essi e questo pochissimo spendeva anche male…”. Secondo gli studiosi del credito, Muzzioli e Demarco, “…la penuria di piazze bancabili era anche responsabile, insieme alla scarsa mobilità dei capitali, del ristagno nella circolazione della moneta. Si calcola che all’unificazione la circolazione monetaria delle province napoletane fosse doppia di quella di tutto il resto d’Italia”. Brigantaggio e camorra furono sempre al “soldo” del governo borbonico che utilizzava questo “cancro” a proprio uso e costume in determinati periodi, anche per controllare i sovversivi ed i liberali!
Il patriota e letterato molisano, Gabriele Pepe, affermava: “Quando si parla dell’Italia meridionale e delle regioni circostanti Roma, non bisognerebbe mai dimenticare che si parla di paesi nei quali il brigantaggio è stato endemico per secoli; dove, a dirla con schiettezza, il brigantaggio era una classe sociale e il capo brigante una forza contesa dai politici”. Un’intera generazione di intellettuali, giornalisti, politici, ecc., chiamati in modo dispregiativo da Ferdinando II, “pennaruli”, furono costretti a lasciare le proprie famiglie e case, trovando “rifugio”, primo esempio di emigrazione integrata, proprio nel tanto “odiato” Piemonte sabaudo, ove venne votata il 16 dicembre 1848 la prima legge a favore degli immigrati provenienti dalle altre regioni italiane.
Viva l’Italia ora e sempre!                                                                             

Giuseppe Polito

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