Visualizzazione post con etichetta Vincenzo Minichino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vincenzo Minichino. Mostra tutti i post

lunedì 21 ottobre 2013

TERRA DEI FUOCHI: DA CONSAPEVOLI ASSASSINI AD INCONSAPEVOLI VITTIME

Riflessioni personali, di un nostro collaboratore, che indica nelle persone che abitano le terre dei fuochi il principale carnefice di loro stessi, a danno di inconsapevoli piccole vittime di una strage paragonabile a quella degli innocenti.

La terra dei fuochi è una terra infuocata, ma anche nu fuoc ‘e terr, un fuoco da terra o i fuochi di terra.
Una volta in queste zone i fuochi da terra erano quelli di artificio, che partivano appunto da terra per arrivare in cielo a celebrare le feste dei Santi.
Santi, che ora non basterebbe invocare tutte le ore di tutti i santi giorni per lavare tutto il sangue avvelenato o per tentare di salvare dalle sofferenze tutte quelle vittime, che, attenzione, non sono i morti già andati, ma sono quelli che aspettano che la morte arrivi a prenderli come topi in una trappola, perché forse non c’è niente di più brutto della morte stessa se non l’attesa che essa arrivi, certa, inesorabile ed in un tempo relativamente breve.
Morti in attesa di esserlo, proprio per il frutto di queste terre, di quella terra, che come la protagonista di un’efferata vendetta, da mamma diventa carogna ed inghiotte i suoi figli, stanca dell’incesto perpetrato ai suoi danni da quegli stessi figli che per anni l’hanno fottuta, venduta e avvelenata insieme ai loro fratelli. 

Ora in quanti cartelli si esprime la rabbia.
È vero, città intere di quelle zone non devono morire e, scrivere questo, esprime tutta la nostra vicinanza, ma mi piacerebbe vedere anche dei cartelli in cui qualcuno scriva che quei morti, tutti quei morti già andati, e molti erano e sono bambini, non dovevano morire, o potevano morire non

sabato 18 maggio 2013

IL LIMITE E IL GIOCO



Il limite è una linea sottile come la lama di un rasoio.
Il limite divide la realtà dalla fantasia, il giorno dal sogno,
la sconfitta dalla soddisfazione, la ragione dall’amore.
Il limite divide una zona sicura da una zona rischiosa.
Ognuno ha un proprio limite,
ma spesso si commette l’errore di starci dentro comodamente  evitando di avvicinarlo,
oppure quello di volerlo superare a tutti i costi ignorando i pericoli a cui ci si espone.
Il gioco invece  è l’anello di congiunzione.
Tutto avviene per gioco.
Il gioco è la capacità che hai di misurarti a provare emozioni,
e il bello del gioco è poter danzare quanto più a lungo sul tuo limite
senza cadere mai, ne dall’una ne dall’altra parte.
Se ti piace giocare ma ti costringi a stare nella zona sicura, sei già morto,
se invece cerchi a tutti i costi di spingerti nella zona rischiosa, finirai per morire.
E se muori il gioco finisce.
Se invece riesci a danzare leggero su quel rasoio,
capisci il senso di ciò che ti spinge in quel punto e che ti emoziona,
e così, forse per gioco, capisci che è proprio sul proprio limite che si nasconde,
lontano dalle paure di una sconfitta,
una vita che è così fantastica nella sua realtà perché ti fa sognare anche di giorno.
Una vita che su quella linea ti fa rischiare tutte le tue sicurezze,
per dare all’amore le ragioni e la soddisfazione di vivere una vita al limite.

mercoledì 24 aprile 2013

ASILO COMUNALE: SI TORNA IN CLASSE

Lunedì prossimo, al massimo martedì, i bambini che frequentano il nostro asilo comunale dovrebbero ritornare nei loro banchetti, questo è quanto emerso dall’incontro svoltosi poche ore fa nella casa comunale, tra il sindaco, i rappresentanti di classe, la ditta che sta eseguendo i lavori di ristrutturazione ed il tecnico che segue gli stessi.
Proprio una delle attive mamme rappresentanti di classe, ci ha riferito quanto segue: “la ditta incaricata di effettuare i lavori previsti allo stabile dell’asilo comunale, scusandosi per un problema riscontrato nella ripavimentazione, ha promesso che il tutto tornerà agibile tra lunedì e martedì della settimana prossima”.
Per chi non avesse seguito tutta la vicenda dall’inizio, la gentile mamma ci ha offerto la possibilità, continuando la chiacchierata, di ricapitolare e puntualizzare quanto accaduto in questo e negli altri incontri avvenuti tra le parti.

martedì 19 aprile 2011

NEL MEZZO DEL CAMMIN DI NOSTRA ITALIA UNITA,

augurandomi che  così possa restare, anche se sulla carta, per almeno altri 150 anni, fosse non per altro di provare ad unirla per davvero, curiosando in Internet tra siti vari, wikipedia e wikiquote, mi imbattei in una citazione di Massimo Taparelli, marchese d'Azeglio, e non quella più famosa secondo la quale egli disse: “Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani ”, ma la seguente:
“ A Napoli, noi abbiamo altresì cacciato il sovrano per stabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono e sembra che ciò non basti, per contenere il Regno, sessanta battaglioni; ed è notorio che, briganti o non briganti, niuno vuol saperne. Ma si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla di suffragio, ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore e bisogna cangiare atti e principi. Bisogna sapere dai Napoletani un'altra volta per tutto se ci vogliono, sì o no. Capisco che gli italiani hanno il diritto di fare la guerra a coloro che volessero mantenere i tedeschi in Italia, ma agli italiani che, restando italiani, non volessero unirsi a noi, credo che non abbiamo il diritto di dare archibugiate, salvo si concedesse ora, per tagliare corto, che noi adottiamo il principio nel cui nome Bomba (Re Ferdinando II) bombardava Palermo, Messina ecc. Credo bene che in generale non si pensa in questo modo, ma siccome io non intendo rinunciare al diritto di ragionare, dico ciò che penso.”
Non era mica un rivoluzionario, questo uomo che fu  primo ministro del Regno di Sardegna dal 1849 al 1852, a cui succederà subito dopo e nello stesso ruolo Cavour, e pure le sue parole fanno intuire che nel processo di unificazione dell’Italia, qualcosa non andò per il verso giusto. Il popolo invasore, che volle iniziare una vera e propria guerra, mai dichiarata, verso l’altro popolo, forse aveva sottovalutato che questo popolo, il nostro popolo, quello che ahimè d’allora fu definito meridionale,  non condivideva ne le volontà ne le esigenze che spinsero i Piemontesi ad annettersi alle terre e alle casse degli altri Regni Italici. Lo stesso D’Azeglio era contrario ad un’unificazione a sola guida piemontese ed auspicava la creazione di una confederazione di stati, cosciente delle grandi differenze tra i vari regni d'Italia e deciso a rispettare i legittimi sovrani, e per questo fu poi duramente attaccato dai Mazziniani e da Cavour che infine lo costrinse a dimettersi. Del resto essendo all’epoca il Regno delle Due Sicilie il più ricco, il più fertile, il più industrializzato, quale vento risorgimentale poteva mai udire tanto da poterlo indurre ad abbracciasi le croci dei sabaudi indebitati fino al collo e malati di pellagra. Si ipotizza che lo stesso Cavour decise, come diremmo oggi, di “scendere in politica”, perché da rilevante  proprietario terriero, non versasse in ottime condizioni economiche, e che una volta dentro, estese importanti relazioni d’amicizia e d’affari con banchieri, il che gli consentì di operare da una posizione privilegiata rispetto agli altri agricoltori e di cogliere importanti opportunità di guadagno. Il consenso politico non gli mancava, e nonostante ciò, per replicare all’elezione di importanti avversari politici il conte sviluppò un’offensiva politica incentrata sull’ordinamento giudiziario che la crisi economica non gli permetteva di concentrare altrove. A sentir ciò, non so di preciso dove fosse situato Cavour di cui Camillo Benso ne era Conte, ma a dire il vero non credo fosse poi molto distante da Arcore. Per paragonare forse quello che successe allora ai giorni nostri, è come se di due società quotate in borsa (tralasciamo gli accordi Chrysler-Fiat) quella più indebitata decida di prendersi quella più forte, è impensabile, ovvero, possono fondersi, ma sicuramente per volontà della più forte, e probabilmente in seguito alla fusione verranno licenziati molti dipendenti, ma della società più debole; invece quello che successe allora fu il contrario, lo stato più debole, in crisi, decise di invadere quello forte e nonostante anni di guerre alla fine riuscì nel suo intento di assoggettarlo, umiliando per sempre e da allora quelle genti che definì tutte, indistintamente, “Briganti”, primitivo aggettivo sostituito dall’odierno “Terroni” solitamente utilizzato per definire noi Italiani del Sud. Come fu possibile tutto questo? Non so. Oggi quando succede qualcosa che non possiamo spiegarci, spesso usiamo dire che ci sono dietro dei poteri occulti, i servizi segreti. Chi sa?! Sta di fatto che anche Falcone e Borsellino condussero studi secondo i quali si stabilì quasi per certo  che prima dell’Unità d’Italia non vi erano organizzazioni criminali così bene organizzate sul nostro territorio come lo sono diventate le attuali mafie, proprio perché, a differenza di queste, non erano, fino ad allora, così ben infiltrate nelle classi dirigenti. Qualche libro di storia, forse anche di scuola media, ci riferisce degli accordi presi da Garibaldi, un volta sbarcato in Sicilia, con gente poco raccomandabile del posto al fine di sovvertire il potere del Re, ma questi intrecci passano sempre come indispensabile strumento utilizzato dal valido condottiero per raggiungere il nobile scopo di liberare il popolo dall’oppressione del tiranno. Ma se così fosse, se stavano così male quelle genti sotto i Borbone, come ci ha “frettolosamente” raccontato Benigni dal palco dell’Ariston di San Remo, perché questa guerra durò così tanto? Non mi sembra che l’unanime rivolta voluta e condivisa interamente dall’oppresso popolo Tunisino nei confronti del regime di Ben Ali sia poi durata così tanto? E soprattutto perché i libri di scuola ci restituiscono solo  Mazzini, Garibaldi, Mameli, come eroi unici ed unitari del nostro risorgimento, e non ci raccontano mai gli scempi che inequivocabilmente, una guerra  d’invasione comporta? Ogni guerra è dura, anche quella tra nordisti e sudisti in America è stata dura, ma alla fine gli americani hanno potuto riconoscere tutti i propri eroi, tanto i nordisti quanto i sudisti. Perché a scuola, e soprattutto dalle nostre parti, non ci parlano mai dei martiri che si sono opposti con la resistenza ai soprusi perpetrati dagli invasori alle loro terre e alle loro donne? Eppure guardate che potrebbe tranquillamente trattarsi dei nonni dei nostri nonni!! Perché, se si sentiva così condivisa da nord a sud quell’idea risorgimentale di vedere l’Italia una e unita, da immediatamente dopo in poi si sentì altrettanto forte il bisogno di differenziare, in ogni campo, e in ogni modo, l’Italia del nord da quella del sud,  gli Italiani del nord dai Meridionali?   Se oggi è giustificato provare vergogna quando un premier e un parlamentare definiscono“eroe” un mafioso come Mangano, perché poi, sapendo che Garibaldi era un “professionista” delle rivoluzioni e che i tra i mille che arruolò vi furono anche avanzi di galera incrini a soprusi ed azioni criminali operate spesso a danno di donne e bambini, bisogna considerarlo per forza un eroe? o una sorte di messia? anziché definirlo un valoroso condottiero, forse abile strumento in mano a chi aveva pensato bene, sfruttando l’idea risorgimentale, di unire l’Italia anche per i propri interessi, cioè una forma antica del nostro moderno “predellino”. Lo stesso Garibaldi, forse pentitosi, nel 1868 scrisse in una lettera ad Adelaide Cairoli: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.»
Difficilmente i libri di scuola risponderanno mai a queste domande, perché forse non conviene a nessuno sapere una verità che possa oggi, a distanza di anni,  risultare scomoda. Forse per chi crede, come lo credevo io quando andavo a scuola, che per parlare di risorgimento potesse essere sufficiente imparare a memoria quelle poche paginette, così  tanto per compiacere l’insegnante, quello che è scritto nel libro di testo può anche bastare. Ma se invece si vuole approfondire quello che per molto tempo è stato nascosto, ci sono molti libri da poter consultare, e tra questi vorrei consigliare, (chiedendo scusa se mi impadronisco dello  spazio culturale che sul nostro giornalino viene curato dall’ottimo  Giuseppe Polito) “TERRONI” di Pino Aprile, in cui l’autore pugliese descrive i risultati  dei suoi anni di laboriose ricerche, citando tutte le sue fonti storiche ed i documenti ufficiali.  Credo sia fondamentale riscoprire le proprie origini, le proprie dignità, i propri dialetti, le diversità proprie della Nostra Terra, anche quelle geografiche, che proprio per questo la rendono unica al mondo e portarle finalmente in dote, e non sottrarle, all’Unità d’Italia, e affinché questa possa esserlo davvero e per tutti, bisogna doverosamente riconoscere gli errori,  le superficialità, i pregiudizi e le omissioni di questi primi 150 anni di storia. Oggi, a 150 anni di distanza da quella che fu la data storica che vide l’Italia unita, credo che l’Unità d’Italia sia ancora una missione incompiuta, proprio perché, secondo me, fatta l’Italia non si sono ancora mai fatti gli Italiani, e forse non basteranno altri 150 anni per farli, finché ci proporremo sempre divisi in opposte fazioni su ogni tema, anche sui problemi che ci accomunano tutti, da Nord a Sud, e che rischiano di farci diventare, tra non molto, noi tutti i Meridionali D’Europa. Per questo, per trovare insieme la forza di reagire, sono convinto che l’Italia, oramai, deve essere e rimanere unita, non può non essere neanche solo immaginata  non tale, ma credo che sia difficile raggiungere mai questa Unità di Popolo, perché i segnali che riceviamo quotidianamente dalla politica vanno altresì nella direzione opposta di una secessione, forse già in atto, esigentemente  richiesta da fanatici, tanto del nord quanto del sud, sottovalutata tanto da destra quanto da sinistra, con il paese che  sembra sempre più spaccato, tant’è che per la ricorrenza di questo cento cinquantenario spesso alla parola festeggiamento si sostituisce la parola celebrazione, più opportunamente usata per ricordare la grande opera di un ormai defunto. Mi piacerebbe, invece, che sul culmine dei festeggiamenti, il nostro Presidente della  Repubblica, magari sentendo ancora nelle orecchie le splendide parole di Mazzini sul senso della Patria e rispolverando un po’ di quel dialetto napoletano, che secondo me si  ricorda ancora bene, dica:
“ E mò basta!! Mettimc all’opera”.
Scusandomi se vi sono sembrato noioso, cito per l’ultima volta Massimo D’Azeglio, per dire:
Credo bene che in generale non si pensa in questo modo, ma siccome io non intendo rinunciare al diritto di ragionare, dico ciò che penso.

Vincenzo Minichino

L’UOMO COL BORSONE


Cammino per strada nel corso di Pietramelara e mi spunta davanti un uomo con un borsone in spalla. Si avvicina e mi saluta: “we uagliò comm staje?”. Come se ci conoscessimo da tempo, e continua: “e uagliun a Scmpia se lamentano”. “Capisco, sei di Scampia?” gli domando. Risponde: “si e pe nun ghi in ‘nglera stonc a venner duje cazettini e cuttone; famma a carità ò frat tuoj t’è pozz fa verè!!”. Gli dico:”no guarda, uso quelli di lana, quindi non mi servono grazie!!”. Ribbatte (e da qui intuisco che non è un commerciante) :“ ma so buon pur pe te scusccià o nas e po’ stann sul cinch eur e che sfaccimm’…”. Gli rispondo che solitamente li compro nel negozio e costano pure di meno!! A quel punto mi manda a ……. !! Mi chiedo: ma è possibile che in una comunità così piccola questi personaggi li incontra solo la gente che passeggia tranquillamente per le strade del proprio paese? eppure arrivano quasi sempre in due o tre di loro, parcheggiano la loro macchina (e loro il parcheggio lo trovano sempre!!) organizzano la loro mercanzia in evidenti borsoni o carrellini che si trascinano in giro per il paese, e poi si dividono il territorio, anche male, perché spesso passano uno sulle strade già battute dagli altri. Girano per il paese, entrano nelle case e nei negozi dicendo che vendono per non andare in galera, e forse pensano di intenerire la gente a cui si rivolgono  dicendo che in galera ci sono già stati ed ora una volta usciti provano ad arrangiarsi con un lavoretto…(aggiungerei io, meno deplorevole anche se non altrettanto onesto). Invece non è sempre proprio così. Spesso, forse non tutti, ma alcuni di  loro, vengono a battere queste zone proprio per vedere come finirci di nuovo in galera, imbattendosi in malaffari più grossi, e comunque venendo a sottrarre una buona fetta di clientela ed economia locale a chi come loro vende lo stesso tipo di prodotto, ma regolarmente, cioè pagando le tasse. Oltretutto sanno benissimo che nessuno li disturberà mai. Certo, fin quando girano con i loro borsoni in spalla senza far nulla non gli si può dire niente, ma se venissero beccati mentre tentano di vendere qualcosa sul territorio non avendone titolo ( ed è proprio evidente che non ne hanno titolo) basta applicare le leggi vigenti in Italia per fargli capire che non conviene battere ulteriormente queste zone tranquille, che dovrebbero e potrebbero restare tranquille. Certo ci vorrebbe qualcosa, … si potrebbe chiamare “professionalità”, ognuno dovrebbe scegliere di fare quello che è più portato a fare, e per questo provare a farlo nel migliore dei modi. Così quando a volte pretendiamo che il muratore faccia il buon muratore e il medico faccia il bravo medico, noi dovremmo non comprare quella merce che ci viene offerta, e sperare che in futuro il vigile sia sempre “vigile”, che il carabiniere potesse usare più la “carabina” della paletta, se poi anche il poliziotto potesse fare un po’ di “pulizia” allora si che avremmo di “un mal comune, un mezzo gaudio” !!!    
       
Vincenzo Minichino

Caro Babbo Natale…

Ti sarà capitato , ti capiterà certamente, di ridacchiare così di tanto in tanto, sulla tua slitta, per i desideri strampalati che noi ti scriviamo da sempre con la speranza di vederci più buoni per il futuro, che già questa è un’ammissione di quanto pensiamo d’esser stati cattivi fin’ora, con la consapevolezza che già da domani ce ne saremo dimenticati ma che almeno ci abbiamo provato. Penso che tu sia fortunato perché puoi ridere divertito, ma c’è chi ride in modi diversi. C’è chi ride per non piangere, chi ride per noia, chi ride per gioia ed in certe ore anche chi ride dal dolore; si ride di stizza mentre si muore di fame, e si ride in silenzio dentro le tane. Si ride, e ci si dovrebbe indignare, dello stupido ridere sugli stupidi che stupiti guardano il viso dello stupido vero che ride di loro e si chiedono il senso di  quell’inutile riso. Ridono i bambini che scrivendoti desiderano un gioco che li aiuti a crescere nella realtà che vivono, e ridono allo stesso modo i grandi che ti scrivono cercando così per gioco di tornare bambini per fuggire dalla realtà che stanno vivendo.  In ogni caso si ride se si vive, e si vive meglio ridendo, perciò io vorrei chiederti …. …che non ci sia più la fame nel mondo, ma non so se sarebbero d’accordo anche i gestori dei negozi alimentari. E comunque se ci riesci e ti trovi, anche se l’acqua è ormai poca, togli pure la sete!! Poi ti chiederei che tu possa portare in dono per questo Natale una donnina nuova a Berlusconi e che tu li possa trasportare in un posto sicuro lontano da tutti, lontano dai complotti della sinistra, lontano da Floris e da Santoro, lontano, lontano in un’isola deserta, così lì senza presidenza del consiglio senza televisioni senza soldi e senza le sue imprese… voglio vedere che se ne fa la donnina di Berlusconi. Mi piacerebbe che tu svegliassi il povero Bondi da questo suo e nostro brutto incubo di essere diventato Ministro dei beni culturali; già che ci sei potresti riportare la Carfagna a fare quello che faceva prima; e pure Cosentino…, ma a proposito, che faceva prima Cosentino?? poi vorrei che tu regalassi un corso di dizione a Di Pietro, mi piacerebbe che tu facessi ingrassare Roberto Saviano e gli facessi crescere i capelli così che possa camminare per Napoli senza scorta. Mi piacerebbe vedere Marco Travaglio direttore del tg1 e se si può spedire Minzolini sull’isola deserta della donnina e di Berlusconi così anche lui senza soldi, televisioni eccetera voglio vedere che se ne fa di Berlusconi. Mi piacerebbe che Nichi Vendola convincesse il PD a fare le primarie del centro sinistra e che tu regalassi una casa a Terzigno alla Iervolino e pure a Bassolino. Vorrei vedere Calderoli e Maroni completamente al verde senza i soldi di Roma Ladrona, e vedere se hanno voglia di emigrare all’estero in cerca di fortuna. Mi piacerebbe che tu potessi far parlare il figlio di Bossi solo in dialetto Napoletano. Sarebbe bello pure, se tu potessi far sparire D’Alema, Prodi, Bersani e Veltroni, perché  non si sa mai…così, per non correre il rischio… che so, dovesse presentarsi l’occasione. Ah! Mi piacerebbe che tu mettessi Capezzone tra le banane nella gabbia dello scimpanzé allo zoo, per vedere se lo scimpanzé riconosce la differenza…. E anche la gente che guarda la gabbia!! Mi piacerebbe che gli operai che vengono ritenuti improduttivi dai vertici della Fiat possano essere  assunti dalla BMW  così che possano renderle più competitive alle Fiat. Vorrei che tu chiedessi a chi oggi  subendola, parla di crisi, se valeva la pena ieri, non potendo permetterselo, di indebitarsi con le banche per acquistare a rate l’home cinema, l’auto nuova, tre cellulari e la vacanza ai tropici una volta all’anno. Vorrei che Grillo torni a lavorare in Tv e in teatro perché finalmente ci sia gente pulita che possa portare per lui nelle istituzioni le idee a Cinque Stelle. Vorrei che i figli delle operaie della Omsa potessero avere le calze della befana piene di dolci. Vorrei che aspettando il Papa nero, in qualche presepe vivente, magari di Bergamo, possa nascere un Bambinello di colore. Vorrei che sulla Salerno - Reggio Calabria non si inizi a lavorare allo scadere del terzo anno dopo del quale verrà sconfitto il cancro. Vorrei che spiegassi alla Gelmini che il problema delle insegnanti precarie non è banale come una gengivite. Vorrei che i ragazzi che manifestano sui monumenti non diventino il monumento dell’ovvietà. Mi piacerebbe che in questo mondo con la satira si possa continuare a ridere ma vivendo con un poco più di serietà.
Fiducioso di un tuo, appunto serio, impegno ti saluto cordialmente 

Vincenzo Minichino

P.S. Ah! Dimenticavo, se puoi, porta anche un nuova nipote a Mubarak
…. Ma più “brutta” di Rosy Bindi.     Ciao.

venerdì 15 aprile 2011

Nostalgia

Spesso ci accorgiamo di questo sentimento quando traspare dalle parole dei nostri vecchi che, parlando disorientati alla vista di uno scenario ormai deturpato dal tempo, provano a farci capire, arricchendo il loro discorso di infiniti particolari, come una volta quel posto era molto diverso da quel che guardiamo. Non avendo vissuto quel tempo, il non poterlo immaginare come lui lo descrive, nonostante il ricordo commosso e minuzioso, è spesso causa  per chi ascolta di distacco e la nostalgia del vecchio che parla diventa la noia del giovane che ascolta. Ma come la mettiamo se la nostalgia di un posto la avverte un bambino oramai alla soglia dell’adolescenza ? Ci interroghiamo mai su come e perché un posto possa essere deturpato nella sua natura così velocemente tanto da apparire prima bello e poi rovina nel breve tempo che passa tra la fanciullezza e l’adolescenza di un bambino? È il caso che abbiamo raccolto sentendo la testimonianza di un bambino che ricorda quando fu inaugurata la Villa Comunale di Pietramelara e i giochi che faceva li con la mamma che lo accompagnava; ricorda che spesso le serate di quell’estate erano accompagnate da musiche di gruppi locali che si esibivano in quello spazio, e che una sera decise di partecipare ad una sfilata di bambini vestiti da un noto negozio di abbigliamento del paese. Si divertì tantissimo spiega la mamma. A guardarlo oggi quel posto non sembra nemmeno il negativo di quello che era. Oramai a parte i calcinacci e
l’impalcature di opere mostruose che chissà quando toglieranno il disturbo, c’è solo l’immondizia reale ed ipotetica di un luogo diventato crocevia di prestazioni sessuali e spaccio di sostanze stupefacenti, senza il benché minimo disturbo per i faccendieri di cui sopra.  Il perché di un simile degrado, non ha mai la risposta in un solo soggetto ma è spesso frutto di una concausa di male azioni da parte di più responsabili. Innanzitutto è inaccettabile lo scarso controllo che si opera nei confronti del nostro territorio. Ricordandoci che questo è un paesino e non una sconfinata periferia cittadina , ci risulta difficile pensare che semplicemente circolando a piedi un agente preposto al controllo non becchi un malfattore. Poi  c’è l’incapacità di tutti noi a recepire la fortuna di godere gratuitamente del “bene comune” frutto di una mentalità contorta che abbiamo al sud d’Italia. Noi siamo abituati a comportarci per forza bene quando c’è il padrone, che ti fa pagare l’usufrutto del bene, e che ti ricorda con la “mazza” che chi rompe paga. E quindi alla luce di queste considerazioni lanciamo un appello a chi ci governa:
non sarebbe auspicabile nel recupero di questa area, per il bene della collettività,  visto il difficile controllo da parte dell’amministrazione, darla in gestione a privati e pretenderne il buon mantenimento in uso?? Pensiamoci!!!

Vincenzo Minichino